Quando il Papa cita Gandalf: Tolkien, speranza e lotta del nostro tempo

Nella sua prima enciclica, Magnifica humanitas, Papa Leone XIV ha sorpreso molti lettori ricorrendo all’universo letterario di J.R.R. Tolkien e a una delle frasi più emblematiche di Gandalf. Alcuni l’avranno considerato solo un dettaglio curioso, quasi un ammiccamento culturale. Ma forse è molto più di questo. Forse è un segno dei tempi.

La frase di Gandalf, «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo…», è diventata una sorta di manifesto contemporaneo dinanzi all’incertezza, alle guerre, alle crisi culturali e alla stanchezza spirituale che attraversa l’Occidente. Il Papa lo sa. E sa anche che milioni di persone hanno trovato in Tolkien non solo fantasia, ma anche una vera grammatica morale per comprendere il bene, il male, la speranza e il sacrificio.

Tolkien era un cattolico profondamente convinto. La sua opera è impregnata di una visione cristiana della storia: la lotta tra luce e tenebre, la fedeltà dei piccoli, la corruzione del potere assoluto, l’importanza dell’amicizia, della misericordia e della perseveranza. Nella trilogia Il Signore degli Anelli non vince il più forte. Vince chi rimane fedele.

Citando Gandalf, Leone XIV si avvicina a un linguaggio capace di dialogare con generazioni intere cresciute tra libri, film e culture digitali. È un gesto pastorale intelligente. Per decenni, la Chiesa ha parlato soprattutto attraverso categorie classiche, teologiche o filosofiche. Oggi, si percepisce sempre più che anche la letteratura, il cinema e la cultura popolare possono diventare “cortili dei gentili”, spazi d’incontro tra fede e umanità.

La scelta di Tolkien non è innocente. Viviamo in un tempo segnato da una sensazione collettiva d’impotenza. Molti sentono che il mondo è troppo complesso, troppo polarizzato, troppo ferito per essere trasformato. La tentazione dello sconforto è diventata un’epidemia silenziosa. Ed è proprio qui che la frase di Gandalf acquista una forza quasi spirituale: non controlliamo il tempo storico, ma siamo responsabili del modo in cui lo abitiamo.

C’è in questa idea un’eco profondamente evangelica. Gesù non promise mai ai discepoli facilità o successo immediato. Chiese loro solo fedeltà. Il cristianesimo non è una religione di vincitori trionfalisti, ma di uomini e donne capaci di accendere piccole luci nella notte. Come Frodo, Sam o Gandalf, anche il cristiano è chiamato a camminare pur senza vedere chiaramente la fine della strada.

Forse è per questo che il riferimento del Papa ha avuto tanto impatto. Perché unisce due linguaggi che molti consideravano incompatibili: la tradizione cristiana e la cultura contemporanea. In un tempo in cui tanti accusano la Chiesa di essere distante dalle nuove generazioni, questa citazione mostra esattamente il contrario: la fede è ancora capace di dialogare con i simboli, le narrazioni e gli interrogativi del nostro tempo.

C’è anche un’altra lezione importante. Gandalf non chiede quanto tempo abbiamo. Chiede che cosa facciamo con esso. In un mondo ossessionato dalla produttività, dalla velocità e dalla distrazione permanente, la grande domanda torna a essere morale e spirituale. Che cosa facciamo dei giorni che ci sono concessi? Che eredità lasceremo? Che speranza trasmetteremo?

In fondo, l’enciclica di Leone XIV ci ricorda una cosa essenziale: anche nei tempi bui, la speranza continua a essere una scelta. Non è ingenua. Non è alienata. Ma profondamente umana e cristiana.

E forse Tolkien sorriderebbe nel vedere che, tanti anni dopo, un Papa ha trovato in Gandalf parole capaci di illuminare il cuore del mondo contemporaneo.

Sérgio Carvalho

(fonte: www.osservatoreromano.va/it)

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