Pino Rauti, una lunga storia dentro la storia della destra italiana ed europea
Ricorre quest’anno il centenario della nascita di Pino Rauti. Nato nel mese di novembre del 1926 a Cardinale, in Calabria, la sua vicenda politica è stata una delle più lunghe e discusse della destra italiana del dopoguerra.
Rauti è stato dirigente del Movimento Sociale Italiano, fondatore del Centro Studi Ordine Nuovo, parlamentare, segretario nazionale del MSI e, dopo la svolta di Fiuggi, protagonista della nascita della Fiamma Tricolore. La sua attività politica attraversa una parte considerevole della storia della destra italiana e si intreccia con alcune delle vicende più difficili della Repubblica.
Per capire Rauti, però, non basta ricordare gli incarichi ricoperti o le organizzazioni alle quali appartenne. La sua influenza fu in larga misura legata alla dimensione culturale. Egli fu essenzialmente un fatto umano, culturale e solo poi politico. Molto spesso metapolitico. Un intellettuale puro. Rauti aveva una particolare capacità di parlare ai giovani militanti, di avvicinarli alla lettura e alla discussione politica, di proporre una visione della destra diversa da quella puramente elettorale e persino ‘storica’.
Questa caratteristica emerge anche osservando la sua presenza nel Mezzogiorno e, in particolare, in Puglia.
A Bari la corrente rautiana non ebbe la stessa forza che raggiunse in altre realtà del Movimento Sociale. Il partito barese era caratterizzato dalla presenza di dirigenti e militanti prevalentemente vicini a Giorgio Almirante. La componente rautiana rimase quindi minoritaria sul piano politico ed elettorale. Esisteva però un ambiente che guardava con interesse alle idee di Rauti e che ne seguiva l’elaborazione culturale.
Per ricostruire quella presenza pugliese abbiamo scelto di ascoltare due persone che quella stagione l’hanno conosciuta direttamente e che appartengono ancora, per formazione e per esperienza politica, a quell’area culturale.
Roberta Simini e Peppino Incardona sono infatti due studiosi e docenti che hanno avuto una storia politica legata al mondo missino e, in particolare, alla componente rautiana. La loro testimonianza permette di osservare Rauti da una prospettiva diversa da quella dei grandi congressi nazionali e delle vicende della segreteria. È la prospettiva di chi ha incontrato quelle idee nel territorio, dentro la militanza e nella formazione culturale della destra barese e pugliese.
Oggi entrambi in pensione, Simini, docente e studiosa di teologia, e Incardona, docente e studioso di filosofia, appartengono a quel settore della destra missina nel quale l’interesse politico era accompagnato da una forte attenzione alle questioni culturali. È anche per questo che le loro parole aiutano a comprendere la particolare attrazione esercitata da Rauti su una parte dei giovani militanti.
Simini lo ricorda come «un uomo di incomparabile cultura, uno storico e un ideologo». La sua osservazione riguarda anche il limite che quella stessa impostazione poteva rappresentare: Rauti, secondo la sua testimonianza, poteva risultare troppo intellettuale per un elettorato missino composto in buona parte da persone semplici e in realtà poco ideologizzate.
Incardona, dal canto suo, ricorda i rautiani come una componente che costituiva la «base culturale del partito». Nella sua valutazione, il rientro di quella corrente nel MSI, dopo un’espulsione che restò celebre, rappresentò un elemento di arricchimento per l’intera organizzazione. La sua definizione della proposta rautiana è particolarmente significativa: un’alternativa tanto al collettivismo quanto al capitalismo.
Le due testimonianze permettono così di entrare subito nel cuore della questione. Il rautismo, anche quando non disponeva di una grande forza elettorale, aveva una dimensione culturale che poteva risultare molto forte fra i militanti più giovani e fra coloro che cercavano nella politica una formazione ideologica.
Ma partiamo dagli anni della stessa formazione politica giovanile di Rauti.
Il politico apparteneva alla generazione che aveva vissuto la guerra e il crollo del fascismo durante la giovinezza. La sua formazione politica avvenne quindi in un periodo nel quale l’Italia usciva dalla guerra e cercava di costruire un nuovo ordinamento.
Nel dopoguerra aderì al Movimento Sociale Italiano, nato nel 1946 per raccogliere una parte del mondo politico e militante proveniente dall’esperienza fascista e dalla Repubblica Sociale Italiana.
Il MSI sarebbe rimasto per tutta la sua storia una forza particolare nel sistema politico italiano. Era presente nelle istituzioni e nelle elezioni, disponeva di una struttura organizzata e di un seguito elettorale significativo, ma portava con sé una tradizione politica che lo rendeva, in sostanza, estraneo ai principali partiti della Repubblica.
Rauti crebbe dentro questa realtà e presto maturò la convinzione che il problema della destra italiana non potesse essere affrontato soltanto sul piano elettorale.
La questione riguardava la cultura politica.
Serviva una nuova elaborazione capace di misurarsi con il mondo che stava nascendo dopo il 1945. La guerra fredda, la società dei consumi, la crescita economica, la diffusione della cultura americana, il comunismo e il capitalismo occidentale costituivano il nuovo scenario nel quale la destra doveva trovare il proprio spazio.
Ed ecco che nel 1954 Rauti fondò il Centro Studi Ordine Nuovo. L’esperienza si sviluppò al di fuori della struttura ufficiale del MSI e divenne uno dei principali luoghi di elaborazione della destra radicale italiana.
Il Centro Studi dedicava grande attenzione alla formazione ideologica. Le pubblicazioni, le conferenze, le letture e l’attività dei suoi militanti contribuirono alla costruzione di un ambiente politico nel quale la cultura occupava un posto centrale.
Fra i riferimenti vi fu Julius Evola, insieme ad autori e correnti del pensiero europeo che non appartenevano alla cultura politica tradizionale del parlamentarismo italiano.
Quella esperienza ebbe una forte influenza su una parte della destra giovanile. Il mondo di Ordine Nuovo sarebbe stato destinato a diventare anche uno dei capitoli più controversi della storia politica italiana.
Il rapporto fra Rauti e l’organizzazione avrebbe avuto sviluppi diversi negli anni successivi. Il Centro Studi rimase comunque una delle esperienze fondamentali attraverso le quali si formò il suo pensiero politico.
L’idea di fondo era quella di una destra che non accettasse semplicemente il mondo esistente. Rauti guardava alla crisi della società moderna, al rapporto fra individuo e comunità, alla questione nazionale, alla condizione dei lavoratori e alla necessità di una trasformazione della società.
La destra rautiana è una destra sociale, naturalmente. Ma è anche una forma di sinistra nazionale. C’è poco da fare: questo va detto. Rauti criticava il comunismo, considerandolo incompatibile con la propria concezione della nazione e della comunità. Allo stesso tempo guardava con grande diffidenza al capitalismo liberale e alla società fondata esclusivamente sulla competizione economica e sull’individualismo. Da qui nasceva la ricerca di una terza posizione. Ma la radice rivoluzionaria e socialista si faceva sentire. La stessa da cui veniva il Duce. Radice anche in qualche maniera giacobina: fonte di tutti i mali, evidentemente, per i rautiani cattolici, spesso tradizionalisti, che pure sono esistiti.
Il tema della socialità aveva, dunque, un peso rilevante. Il lavoro, la partecipazione, la comunità nazionale e il rapporto fra economia e società entravano a pieno titolo nel discorso politico della corrente rautiana.
La testimonianza di Incardona, raccolta a Bari, sintetizza proprio questo punto quando definisce la proposta rautiana un’alternativa «al collettivismo ed al capitalismo insieme».
È una definizione che aiuta a capire perché il rautismo abbia avuto una sua capacità di attrazione all’interno del MSI.
Una parte dei militanti cercava infatti una politica che non si esaurisse nell’anticomunismo. Voleva confrontarsi con la questione sociale, con la crisi della società industriale, con il problema della modernizzazione e con le trasformazioni culturali che stavano attraversando l’Europa.
Nel 1969 Rauti rientrò intanto nel MSI. Era una fase nella quale il partito cercava di ridefinire il proprio ruolo all’interno della società italiana.
Il ritorno segnò l’inizio di una lunga battaglia politica interna.
Rauti portò nel partito la sua esperienza culturale e il patrimonio di idee maturato negli anni precedenti. Il suo obiettivo rimase quello di modificare profondamente la cultura politica del MSI e di costruire una classe dirigente più preparata.
Nel 1972 fu eletto alla Camera dei deputati.
La sua attività parlamentare si svolse durante alcuni degli anni più difficili della storia repubblicana. L’Italia viveva la contestazione sociale, lo scontro politico, il terrorismo e la violenza di piazza.
Il nome di Rauti comparve anche nelle indagini sulla strategia della tensione.
Fu arrestato nel 1972 nell’ambito delle indagini sugli attentati del 1969 e successivamente prosciolto. Nel corso degli anni il suo nome sarebbe stato coinvolto anche nei procedimenti relativi alla strage di Piazza della Loggia e alla strage di Bologna. Le vicende giudiziarie si conclusero senza una condanna nei suoi confronti.
Questo capitolo della sua biografia resta uno dei più delicati. La storia giudiziaria e quella politica si intrecciarono con una stagione nella quale terrorismo nero e terrorismo rosso, apparati dello Stato, servizi segreti, organizzazioni clandestine e gruppi politici furono oggetto di indagini e ricostruzioni ancora oggi molto discusse.
Rauti negò sempre le accuse più gravi rivoltegli.
La sua vicenda giudiziaria va quindi ricostruita tenendo distinti i fatti accertati, le accuse formulate nel corso delle indagini e gli esiti dei procedimenti.
Inoltre, la presenza di Rauti nella destra italiana non può essere compresa senza considerare il ruolo attribuito alla formazione dei giovani.
Negli anni Settanta il MSI attraversò una fase di forte cambiamento. La società italiana era ormai molto diversa da quella degli anni Cinquanta e anche la destra doveva confrontarsi con nuovi linguaggi.
La corrente rautiana cercò di intercettare questa trasformazione.
Nacquero riviste, iniziative culturali e occasioni di incontro rivolte soprattutto alle nuove generazioni. In questo clima si svilupparono i Campi Hobbit, che rappresentarono una delle esperienze più significative del rinnovamento culturale della destra giovanile.
Il nome stesso rompeva con il linguaggio politico tradizionale.
Musica, grafica, ambiente, letteratura, fantasia e nuovi strumenti di comunicazione entrarono in un mondo politico che fino ad allora era stato fortemente legato ai simboli e alle forme della tradizione missina.
Rauti ebbe un ruolo importante e determinante in questa fase.
La sua idea era che il futuro della destra dipendesse anche dalla capacità di formare una generazione nuova, in grado di conoscere la propria storia e contemporaneamente di misurarsi con la società contemporanea.
In tutto ciò fu sempre vivo il confronto con Giorgio Almirante, dimensione dialettica che accompagnò quasi tutta la storia politica di Rauti.
Almirante aveva una straordinaria capacità di parlare alle masse. Era un uomo di piazza, un oratore, un dirigente capace di tenere insieme sensibilità diverse all’interno del MSI.
Rauti aveva un profilo diverso.
La sua influenza si sviluppava soprattutto attraverso l’elaborazione ideologica e la formazione. Per questo una parte dei giovani missini guardava a lui con particolare interesse.
La rivalità fra le due componenti non riguardava soltanto le cariche di partito. C’erano due idee differenti del futuro del Movimento Sociale.
Il partito doveva puntare principalmente sulla crescita elettorale e sulla presenza nelle istituzioni oppure doveva avviare una trasformazione culturale più profonda?
La risposta di Rauti fu sempre orientata verso la seconda strada.
A Bari questa differenza era evidente. Le testimonianze di Simini e Incardona, che provengono direttamente dall’ambiente culturale e politico missino pugliese, restituiscono una realtà nella quale la componente rautiana aveva meno peso rispetto ai settori almirantiani, ma conservava una propria funzione nella formazione dei militanti e nella discussione delle idee.
Riassumendo, per Rauti il MSI non doveva diventare un partito conservatore tradizionale.
La sua idea rimaneva quella di una destra capace di intervenire sulle questioni sociali e di parlare a settori popolari della società. Il rapporto con il mondo del lavoro occupava quindi uno spazio importante.
Questa impostazione contribuì a creare una corrente riconoscibile, con una propria stampa, propri dirigenti e una rete militante.
La componente rautiana rimase comunque minoritaria rispetto alla struttura complessiva del MSI.
La difficoltà era sempre la stessa: trasformare un’elaborazione ideologica complessa in una proposta capace di raggiungere un elettorato ampio.
La testimonianza di Simini coglie esattamente questo problema quando ricorda la distanza fra il livello culturale di Rauti e una parte dell’elettorato missino.
Dopo la morte di Almirante, poi, la questione della successione divenne centrale.
Rauti arrivò alla segreteria nazionale nel 1990. Rimase alla guida del MSI per un periodo breve. Nel 1991 Gianfranco Fini tornò segretario.
Il confronto fra i due rappresentava ormai due prospettive differenti sul futuro del partito.
Fini avrebbe progressivamente portato il MSI verso una revisione della propria identità e verso una nuova collocazione nel sistema politico italiano.
Rauti rimase contrario a quella trasformazione.
La questione esplose definitivamente nel 1994-1995. Il congresso di Fiuggi rappresentò una svolta decisiva.
Il Movimento Sociale Italiano si trasformò in Alleanza Nazionale. La nuova formazione prese le distanze dalla tradizione fascista e si avviò verso una collocazione pienamente inserita nella destra democratica italiana.
Rauti non accettò quella scelta.
Per lui la trasformazione rappresentava la perdita dell’identità storica del MSI.
Nacque così il Movimento Sociale-Fiamma Tricolore, del quale Rauti divenne il principale riferimento.
Era tornato, ancora una volta, alla posizione dalla quale aveva iniziato: quella di una destra minoritaria ma fortemente caratterizzata sul piano ideologico.
Molti degli elettori che avevano votato MSI seguirono invece la strada di Alleanza Nazionale.
La Fiamma rimase una forza politica di dimensioni ridotte.
Il risultato elettorale non restituì a Rauti la forza del vecchio MSI. La sua influenza continuò soprattutto nell’ambiente della destra radicale e in quei settori militanti che consideravano irrinunciabile la continuità con la storia del Movimento Sociale.
Nel 2004 fondò il Movimento Idea Sociale, continuando a sostenere una linea di forte continuità con la propria elaborazione politica.
A quel punto la sua lunga esperienza apparteneva già alla storia della destra italiana. Rimanevano però i rapporti con i militanti, le iniziative politiche, gli interventi pubblici e la produzione culturale.
Rauti morì a Roma il 2 novembre 2012.
Aveva attraversato quasi settant’anni della storia della destra italiana.
Aveva conosciuto il fascismo, il dopoguerra, la nascita del MSI, la guerra fredda, gli anni della contestazione, il terrorismo, la trasformazione del sistema politico e la fine della Prima Repubblica.
Aveva perso molte delle sue battaglie politiche.
Aveva però lasciato una traccia nella cultura militante della destra.
A cento anni dalla sua nascita, la storia di Rauti conserva una particolare complessità.
Il suo percorso comprende la militanza neofascista del dopoguerra, l’esperienza del Centro Studi Ordine Nuovo, la lunga presenza nel MSI, le battaglie interne al partito, la formazione politica dei giovani, le vicende giudiziarie degli anni della strategia della tensione, la segreteria nazionale e la successiva opposizione alla svolta di Fiuggi.
Ci sono anche le esperienze locali, meno conosciute e forse per questo utili a comprendere meglio il fenomeno.
La Puglia è una di queste.
Non si può certo dimenticare la figura adamantina di Paolo Agostinacchio, rautiano di ferro e stimato sindaco di Foggia.
E poi il consenso a Rauti non si misurava soltanto nelle urne o nei congressi.
Esisteva una parte della sua attività che passava attraverso le persone formate politicamente, le letture, le discussioni, le riviste e i rapporti costruiti nel corso degli anni.
Nel mezzo c’è una parte consistente della storia italiana. La vicenda di Rauti, alla fine, attraversa generazioni e mutamenti profondi della società.
Il suo nome rimane legato a una destra che cercò una propria elaborazione sociale e culturale, che rifiutava il comunismo e guardava criticamente al capitalismo, che attribuiva grande importanza alla formazione militante.
È una storia che può essere letta e discussa da prospettive diverse.
Il centenario è soprattutto l’occasione per tornare a conoscere e studiare quella storia e ricostruirla attraverso gli uomini che l’hanno vissuta, le idee che l’hanno alimentata e le scelte politiche che ne hanno determinato il percorso.
Marino Pagano
(fonte: www.barbadillo.it)