Perché ci mancherà il cattolicesimo coerente di Vittorio Messori

Èmorto di Venerdì Santo, circostanza che, per un cattolico coerente come lui, ha suggerito qualche commento apologetico, e magari qualche sussurrata ironia. Ma, in realtà, Vittorio Messori era già morto almeno altre due volte.

Cominciamo dalla prima, quando a metà degli anni Settanta aveva ucciso dentro di sé lo sprezzante agnosticismo della laica Torino in cui aveva studiato per compiere quella che sarebbe stata forse la più clamorosa conversione al cattolicesimo della seconda metà del secolo scorso. Per comprendere il clima dell’università in cui si era laureato, basta pensare a un solo episodio: il rifiuto del professor Norberto Bobbio di partecipare alla discussione della tesi di laurea di Alfredo Cattabiani dedicata a Joseph de Maistre, un “teorico della schiavitù”, e di sbattere con irruenza il testo per terra. Quella sofferta scelta di uccidere una parte di se stesso, di bruciarsi le navi alle spalle, per un giovane neolaureato che dopo vari lavoretti precari – dall’istitutore in un convitto al centralinista di un telefono amico – era entrato come redattore nella laicissima “Stampa”, non doveva essere certo stata opportunistica. In compenso era stata fortunata. Senza forse nemmeno pensarci, Messori aveva intercettato quella che Gilles Keipel in un suo quasi profetico saggio avrebbe definito la revanche de Dieu. Una rivincita che ha avuto i suoi lati oscuri, come il risveglio del fondamentalismo islamico, ma avrebbe visto anche il rilancio del cattolicesimo col pontificato di Giovanni Paolo II.

Anche se la sua conversione risaliva al 1964, il caso Messori esplose più di dieci anni dopo, con la pubblicazione di Ipotesi su Gesù. Il saggio uscì nel 1976, per i tipi della Sei. L’editore ne aveva cautamente limitato la prima edizione a tremila copie. Nel corso degli anni il libro avrebbe venduto un milione di copie e sarebbe stato tradotto in ventidue lingue; di recente è stato riproposto dalle edizioni di Ares. Fu l’inizio di una lunga serie di studi sulla storicità di Cristo e sulle prospettive della fede che fece di lui uno degli studiosi più accreditati presso la Santa Sede.

Per certi aspetti, la conversione di Messori può essere paragonata per l’impatto suscitato a quella di un Giovanni Papini, divenuta un caso internazionale senza precedenti, sull’onda del suo fortunatissimo libro La storia di Cristo. Fra l’una e l’altra, però, sussistono nette differenze. In primo luogo, Papini al momento della conversione era già uno scrittore affermato, scettico sino alla blasfemia. Di lui si racconta che al posto del carbone per diversi giorni furono utilizzate come combustibile per le stufe del suo villino di via Guerrazzi le copie del suo sacrilego pamphlet Le memorie d’Iddio, di cui aveva faticosamente recuperato le rimanenze nei magazzini dell’editore Vallecchi. Messori nel 1976 era invece un giovane giornalista privo di risonanza nazionale che non aveva mai dato scandalo. Per questo l’impatto della sua conversione fu meno eclatante, ma anche più profondo. Anche quando esprimeva concetti che potevano suonare provocatori, a differenza di altri grandi convertiti, come per esempio Domenico Giuliotti o Léon Bloy, lo faceva con un tono pacato, con una argomentazione inoppugnabile, che incutevano rispetto.

Papini, da quel “maledetto toscano” che era, non rinunciò mai a un certo gusto di far scandalizzare le pinzochere in sagrestia, sino a ipotizzare in un saggio la salvezza finale del Diavolo. suscitò, specie negli ultimi anni della sua vita, qualche perplessità nelle gerarchie ecclesiastiche, dubbiose a volte sulla sincerità della sua conversione come don Abbondio lo era nei confronti del ravvedimento dell’Innominato.

Messori invece ebbe a lungo dai vertici di queste gerarchie piena fiducia, tanto da divenire il solo giornalista che ebbe la ventura di intervistare sia un Papa – Giovanni Paolo II, con cui pubblicò nel 1995 Varcare la soglia della speranza, – sia colui che sarebbe divenuto il suo successore, l’allora Prefetto dell’ex Sant’Uffizio Joseph Ratzinger, con cui pubblicò nel 1985 Rapporto sulla fede. I suoi veri problemi con una certa parte del mondo cattolico non risiedettero come in Papini nelle sortite eterodosse, ma semmai in una certa preoccupazione di giustificare l’operato del Papato anche in situazioni da cui gli stessi vertici prendevano le distanze, come il caso Mortara, o di difendere la Chiesa nei Paesi anglosassoni dalle disinvolte accuse di pedofilia nei confronti di sacerdoti e vescovi, esplose negli anni Novanta, quando il Vaticano, crollato il muro di Berlino, non serviva più come “braccio morale dell’Occidente” contro il comunismo. Quel Papa polacco che continuava a parlare di giustizia sociale e si permetteva di criticare anche il capitalismo cominciava a divenire ingombrante. Fu così che il mondo protestante poteva prendersi le sue rivincite, anche spietate.

In quell’occasione Messori fece due osservazioni di sereno buon senso, attingendo anche a ricordi personali. Quando faceva l’istitutore in un convitto laico, un collega, con cui si era lamentato della modestissima retribuzione, gli aveva replicato prendendolo per un pedofilo: ma vuoi mettere, il privilegio di avere tanti ragazzini a disposizione? Fece inoltre notare che la facilità con cui i tribunali statunitensi concedevano rimborsi milionari alle vittime di abusi faceva sì che un genitore che avesse voluto assicurare una vita agiata al figlio, e magari, cosa che non guasta, anche a se stesso, avrebbe dovuto farlo entrare in seminario: i giudici avrebbero creduto a lui. Questo non voleva certo dire che la tara della pedofilia (e magari anche della efebofilia, nei confronti di adolescenti), non costituisse per lui un terribile problema; purtroppo però Messori sapeva bene che esiste in tutti gli ambienti chiusi, protestanti, cattolici, buddisti, per tacere delle numerose sette parareligiose provviste di avvocati da cento euro al minuto pronti a rovinare chi osi mettere in dubbio la loro moralità. È doveroso combatterla sempre e ovunque, ma non a senso unico. Troppo spesso, invece, nei confronti della Chiesa di Roma, secondo Messori aveva rappresentato un’arma di ricatto morale e di sfruttamento economico, oltre che di ostracismo a prelati scomodi. Tanto per fare un esempio, l’elevazione agli altari dell’arcivescovo Fulton John Sheen, il telepredicatore cattolico statunitense che indusse alla conversione anche l’ambasciatrice Clara Hoothe Luce e l’imprenditore Henry Ford, è stata ritardata dall’accusa, poi smentita, di non avere denunciato nella sua diocesi casi di pedofilia: la solita logica del “non poteva non sapere”, madre di tutti i ricatti e gli abusi giudiziari.

È stato scritto che l’anno della massima fortuna di Messori sia stato il 1995, quando uscì il suo libro intervista a papa Wojtila. È senz’altro vero. Secondo me, però, il periodo della maggior influenza dello scrittore fu a cavallo fra gli anni Ottanta e i Novanta, gli anni di una riscoperta del sacro nel mondo giovanile, che fu anche una reazione alle aberrazioni del ‘68 e della teologia della Liberazione. Fu il tempo dei “papaboys”, dei grandi Meeting di Rimini, dei ragazzi di CL che sollecitavano e quasi imponevano a librai pavidi o faziosi di non nascondere negli scantinati romanzi coraggiosi come Il cavallo rosso di Eugenio Corti, con la loro denuncia dei crimini sovietici a spese dei nostri prigionieri. Dopo la scomparsa di Augusto Del Noce, massimo filosofo cattolico italiano del dopoguerra, Messori costituì sempre un punto di riferimento etico essenziale nella rivincita di Dio italiana, e non solo.

Il mio primo impatto con l’opera di Messori non mi entusiasmò. Ipotesi su Gesù mi lasciò perplesso, forse per la prefazione di Lucio Lombardo Radice, e fui tentato di stroncarglielo su un giornaletto studentesco, cosa che per fortuna non feci. Glielo confessai in seguito, quando ebbi modo di stringere con lui un breve dialogo epistolare: non se n’ebbe a male, forse perché certe sue posizioni nel frattempo erano cambiate. Comunicavamo per posta, e a volte per telefono: una volta, era il marzo del 1999, cercai di convincerlo a firmare un appello contro la guerra in Jugoslavia, ma senza successo: “non firmo appelli di nessun genere”, mi disse, e credo fosse sincero. Qualche anno prima, saranno stati i tardi anni Ottanta, avevo avuto l’onore di vedere un mio articolo critico nei confronti di un certo ecologismo, che era uscito nella rivista “Studi Cattolici”, citato ed elogiato su “Vivaio”, la sua rubrica sull’“Avvenire”. Considerai quella citazione un fiore all’occhiello.

“Vivaio” rappresentava, in un’epoca in cui non esistevano i social, una preziosa occasione di dialogo con i lettori; quando Messori, pare per dissenso con la sua linea editoriale, abbandonò il quotidiano della Cee per collaborare al “Corriere della Sera”, guadagnò senz’altro in prestigio e, come si dice oggi, in audience, ma perse una rubrica che lo teneva legato ai suoi lettori, consentendogli di palpare meglio il polso del cattolicesimo italiano.

Degli anni che seguirono la morte di Giovanni Paolo II e le dimissioni del suo successore, con quello che ne è seguito, preferisco non parlare. Credo però che per lui abbiano rappresentato la “seconda morte” di una parte di sé, l’eutanasia delle sue speranze. Immagino che l’ascesa al soglio pontificio del cardinal Ratzinger lo abbia colmato di gioia, come lo colmò di dubbi (anzi, di dubia) parte del magistero di papa Francesco, con la sua rivalutazione, di fatto, se non ex cathedra, della teologia della rivoluzione. Anche certe aperture in materia di etica che dovettero ferire qualcuno che come lui aveva cercato, in certi casi a caro prezzo, di rimanere fedele ai principi della morale cattolica. Di più non posso né voglio scrivere. Mi resta però una certezza: MESSORI E’ MORTO DI VENERDI’ SANTO. Come era vissuto.

Enrico Nistri

(fonte: www.barbadillo.it)

Stampa comunicato