Il commento (di E.Nistri). “Albatross”, la vita avventurosa del poliedrico patriota Almerigo Grilz

Ho atteso con grande interesse, e con un briciolo di preoccupazione, la trasmissione in prima serata, sulla terza rete Rai, della pellicola Albatross, dedicata alla vita di Almerigo Grilz, il giornalista e foro reporter morto a soli trentaquattro anni in un teatro di guerra, mentre svolgeva la sua professione, divenuta per molti aspetti una missione. A differenza di tanti colleghi, abituati a elaborare le notizie d’agenzia nelle camere con l’aria condizionata di alberghi a cinque stelle gabellando i testi inviati come corrispondenze di guerra, Amerigo rischiava ogni giorno di persona.

L’interesse era dettato dal desiderio di conoscere più in profondità un personaggio poliedrico e complesso, cui la morte sul campo, in ancor giovane età, aveva conferito una sorta di aureola: naturalmente nel mondo della destra, visto che in Italia i suoi oppositori di estrema sinistra continuano a bollarlo come un “picchiatore fascista”.

La preoccupazione era figlia di molte delusioni. Troppe volte le pellicole realizzate su commissione della destra mi avevano lasciato perplesso, sia che rappresentassero l’eroismo dei difensori della Cristianità contro la minaccia islamica, sia che rievocassero il dramma delle foibe. La luna nel pozzo mi aveva deluso, e l’avevo anche scritto a un esponente di spicco dell’allora Alleanza Nazionale, che ci rimase male, ma avevo ragione purtroppo io. Molto migliore il docufilm dedicato ad Abdon Pamich; peccato che in questo sceneggiato sul grande atleta profugo adriatico non abbia mai sentito la parola “comunismo”; ma forse – capita quando si diserta per un momento una trasmissione televisiva, sopravvalutando la durata della pausa pubblicitaria – ero andato a lavarmi i denti proprio mentre veniva pronunciata la parola tabù. Oltre tutto, alcuni compiaciuti commenti sui modesti incassi di Albatross al momento dell’uscita nelle sale nel luglio dello scorso anno (ma perché farlo uscire in piena estate, quando in pochi vanno al cinema?) aveva indotto ulteriori preoccupazioni, smentite per fortuna dal mezzo milione e oltre di telespettatori che hanno seguito il film il 5 giugno scorso.

La pellicola invece mi ha colpito per la capacità di rappresentare senza cadute agiografiche, ma nemmeno senza excusationes non petitae, la vita e la personalità di un personaggio poliedrico come pochi altri. Nato nel 1953 a Trieste (ma la madre era una profuga dell’italianissima Pirano), ucciso nel 1987 in Mozambico, mentre documentava gli scontri fra i ribelli del Renamo e la fazione rivale del Frelimo,Grilz fu nella sua vita troppo breve molte cose: militante e poi vicesegretario nazionaledel Fronte della Gioventù, consigliere comunale di Trieste, reporter di guerra, inventore di un’agenzia, appunto la Albatross, che vendeva con successo i suoi reportages e fotoreportages alle televisioni di tutto il mondo, meno però in Italia, per i pregiudizi legati alla sua mai rinnegata militanza politica.

La narrazione procede a forza di flash back, com’è ormai consuetudine anche in opere cinematografiche prive di sfondo storico; ma questa pratica, che non amo, perché spesso disorienta lo spettatore, almeno quello over 70 come me, in questo caso non mi ha disorientato. Da una parte procede la storia, romanzesca ma solo in parte romanzata, del giovane Grilz, dalle delusioni amorose alle grane giudiziarie, dalla militanza politica alla morte sul campo, sino alla sepoltura all’ombra di un albero secolare sul luogo della morte. Dall’altra procede la storia d’Italia, alle prese con un passato prossimo,ma ormai nemmeno più tanto, che non vuole passare: l’Italia degli anni Settanta, degli scontri di piazza fra “rossi” e “neri”, in una realtà del tutto particolare come Trieste, dove fra le motivazioni della militanza a destra all’anticomunismo si aggiunge l’ombra lunga delle foibe, ma anche quella dei giorni nostri, in cui negli ambienti giornalistici l’ostracismo a Grilz prosegue anche dopo la sua morte.

Merito del regista e sceneggiatore Giulio Base è aver saputo ricostruire senza indulgere a tentazioni apologetiche il clima degli anni Settanta, con uno scrupolo quasi filologico: la sezione, la macchina da scrivere, il ciclostile per i “volantinaggi”, le copie del “Candido” e della “Voce della fogna”, le scritte inneggianti all’onore e alla fedeltà. Senza trascurare però quello che accomunava (parola di chi scrive) ragazzi di destra e di sinistra in quegli anni: il desiderio di evadere da orizzonti troppo angusti, il mito dei viaggi in autostop (io ci aggiungerei il mitico Bige), l’anelito all’indipendenza. Le scene in cui il ventenne Amerigo gira il mondo in autostop e si mantiene vendendo i suoi disegni sono forse fra le più eloquentidel film.

La pellicola ripercorre con molta onestà l’itinerario politico e giornalistico del protagonista; unica, intenzionale, “sgrammaticatura”, è l’episodio iniziale, in cui Grilz, durante una carica di polizia, aiuta Vito, un “compagno” che però è anche un amico, a sfuggire a una carica di celerini, salvo rimanere intrappolato lui. Poteva succedere, in anni in cui aleggiava il mito della comune “opposizione al sistema” e Marx e Nietzsche (o magari Marcuse ed Evola) si davano la mano. L’espediente narrativo si rivela funzionale a uno degli episodi finali della pellicola: quello in cui Vito, il ragazzo di allora, divenuto un giornalista di successo, a una riunione dell’Ordine dei Giornalisti triestino si pronuncia a favore dell’apposizione di una targa in ricordo di Amerigo Grilz, scandalizzando i “compagni”.

L’episodio è d’invenzione, ma purtroppo riflette una realtà e una mentalità che perdurano tuttora. La sinistra, estrema e non solo, non ha mai perdonato a Grilz di essere stato missino: basta leggere la pagina di Wikipedia che gli è stata dedicata, in cui non vengono nemmeno risparmiate le origini del suo cognome. Mentre essere stati comunisti, avere firmato appelli contro il commissario Calabresi, essersi dichiarati “né con lo Stato né con le Br” non ha pregiudicato nessuna carriera giornalistica o accademica, anzi in molti casi l’ha agevolata, avere fatto qualche saluto romano, essere stato coinvolto in qualche rissa, avere ammirato Mussolini basta ad assicurare a Grilz un odio che sembra imperituro.

Sotto questo profilo, la scena in cui Vito difende la memoria di Amerigo dinanzi ai suoi ex compagni inaciditi (e un po’ falliti) è la miglior chiave di lettura della pellicola, grazie anche alla superlativa interpretazione di Giancarlo Giannini: il vecchio Mimì Metallurgico salva l’onore del primo inviato di guerra dopo il secondo conflitto mondiale a pagare con la vita la ricerca della verità.

Enrico Nistri

(fonte: www.barbadillo.it)

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