Berto Ricci, fascista di sinistra

Non è facile che Indro Montanelli, nel ricordare una persona scomparsa, manifestasse un’incondizionata ammirazione. Un gusto tutto toscano del motteggio si sommava in lui a un intimo complesso di superiorità, spesso non immotivato. C’era sempre, nei suoi “coccodrilli” anche delle persone più stimate, un guizzo d’ironia, che egli lasciava filtrare quasi inavvertitamente dal suo magico cilindro e che non sfuggiva al lettore più avvertito. 

Ci fu tuttavia un uomo che Montanelli considerò sempre suo pari; anzi del quale riconobbe la superiorità se non culturale, quanto meno morale. Si chiamava Berto Ricci, all’anagrafe Roberto; era anch’egli toscano e, nato a Firenze nel 1905, quattro anni prima di lui, era un po’ un suo fratello maggiore. Oltre che per i meriti letterari, Montanelli lo stimava per tre motivi: non era mai sceso a compromessi con le sue idee, non aveva mai considerato il fascismo una professione, ed era morto volontario nella seconda guerra mondiale, per essere fedele, ancor più che a un regime di cui intravedeva i limiti, a sé stesso. 

Critico del fascismo, non della memoria dello scrittore fiorentino

Montanelli, com’è noto, non rimase fedele al fascismo; alla memoria di Berto Ricci sì. E nel 1984 quando Ciarrapico, che aveva rilevato le edizioni del “Borghese”, decise di ristampare con una nuova introduzione il libro di Ricci Lo scrittore italiano, l’allora direttore del “Giornale” accettò, in anni in cui esisteva come e più di oggi una prevenzione nei confronti della cultura fascista, di scriverne l’introduzione. In quelle pagine lo definì “il solo maestro di carattere che abbia avuto”. Era vero.

Il ruolo dell’Universale

Il luogo d’incontro fra i due era stato “L’Universale”, la rivista che Ricci fondò nel 1931 insieme a Romano Bilenchi e cui il ventenne Montanelli cominciò a collaborare un anno dopo. Berto, dopo le adolescenziali simpatie anarchiche, aveva scritto sulle riviste di Strapaese; Indro, poco più che ventenne, poteva vantare solo la collaborazione a un giornaletto di Rieti, dove la sua famiglia si era trasferita al seguito del padre, nominato preside, e un articolo uscito sul “Frontespizio”: occasionale esordio, per un laico come lui. Ricci non era un giornalista di professione: spirito indipendente e orgoglioso, per tenersi lontano dai condizionamenti politici aveva scelto di mantenere la famiglia facendo il professore di matematica e fisica negli istituti tecnici. Scriveva poesie che avevano un risvolto politico, e sognava una politica che fosse anche poesia. In pochi anni riuscì a riunire intorno a sé una straordinaria pattuglia di giovani e meno giovani – da Camillo Pellizzi a Diano Brocchi, da Icilio Petrone a Ottone Rosai a Luigi Maria Personè – e con appena duemila copie di tiratura la sua rivista si pose al centro del dibattito politico all’interno del regime. Alessandro Pavolini diffidava di lui, per i suoi trascorsi anarchici, e gli fece sospirare la tessera del Partito nazionale fascista; Roberto Farinacci lo accusò di “bolscevismo”. C’era, certo, nelle pagine della rivista, e nel “Manifesto realista” che vi fu lanciato, il seme di un “fascismo di sinistra” che tuttavia non spaventò Mussolini. Il Duce ricevette a Palazzo Venezia l’intera redazione dell’“Universale”, con la sola eccezione di Rosai: non per motivi ideologici, ma per il carattere non disinteressato del suo amore per i giovani, come eufemisticamente si sarebbe espresso Bilenchi. E invitò a collaborare quei pericolosi “sovversivi” alla seconda pagina del “Popolo d’Italia”. Negli anni in cui Stalin deportava nei gulag i dissidenti, Mussolini li accoglieva nel quotidiano del partito. 

Nel 1935 “L’Universale” chiuse. I suoi redattori, a parte l’ipocondriaco Bilenchi, partirono volontari per l’Etiopia, Ricci come soldato semplice (solo in un secondo tempo avrebbe frequentato il corso allievi ufficiali). Poi, ognuno prese la sua strada: Bilenchi aderì al comunismo, dopo essere stato fatto assumere da Ciano alla “Nazione”, Montanelli entrò in urto col regime e partecipò alla Resistenza, Diano Brocchi rimase fascista e dopo la guerra militò nel Movimento Sociale, Pellizzi, epurato dopo la guerra pur non avendo aderito alla Rsi, fu in seguito reintegrato in cattedra e divenne il primo professore italiano di sociologia: toccò a lui, come unico docente ordinario della disciplina, mettere in cattedra Ferrarotti e Alberoni. Personè morì a 102 anni, pubblicando fin quasi all’ultimo sulla “Nazione” i suoi ricordi di personaggi conosciuti molti anni prima e morti prima di lui – per cui nessuno poteva smentirlo – e i suoi elzeviri sulla terza pagina dell’“Osservatore Romano”. 

La morte in Libia

Ricci invece, morì, giovane, alle 9,30 del 2 febbraio 1941, nel Gebel cirenaico, colpito a morte da uno Spitfire. Professore di matematica nell’i­stituto tecnico Buzzi di Prato, non era stato richiamato alle armi, ma il desi­derio di partecipare a quella che riteneva la guerra rivolu­zionaria dei popoli giovani lo aveva indotto a tempestare gli amici per farsi richiamare e de­stinare al fronte. Solo l’inter­vento di Alessandro Pavolini, riconciliatosi con lui, e forse nell’intimo felice di liberarsi di una testa calda, di Giorgio Pini, futuro esponente di spicco della Rsi, e infine dello stesso Mussolini erano riusciti a prevalere sulle lentezze e le grettezze della burocrazia militare, schiuden­do la via di una morte eroica al più do­tato esponente delle giovani leve culturali fasciste. 

Fu il suo un suicidio mascherato, e programmato, dettato dalla delusione per l’imborghesimento del regime, come sostenuto da Ruggero Zangrandi? Questa tesi, a suo tempo contraddetta da Indro Montanelli e da Paolo Buchignani nella sua esemplare biografia dello scrittore (Il fascismo impossibile: l’eresia di Berto Ricci nella cultura del Ventennio, Il Mulino, Bologna 1994), trova ora ulteriore smentita da una raffinata e documentatissima raccolta di scritti di Ricci (Per un mondo meno ladro. Lettere ai genitori, De Piante, Milano 2025), curata da Claudio Mariotti, attento studioso della letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento, già editore delle lettere dello scrittore alla moglie durante la campagna d’Etiopia e il secondo conflitto mondiale. 

Il libro edito da De Piante e la citazione di Papini

Il volume, arricchito da un sobrio corredo iconografico, si compone di almeno tre parti. La prima è costituita dalla documentatissima introduzione dello stesso Mariotti. Il testo si apre con una poco nota citazione di Giovanni Papini tratta dalle “schegge” (“Tra le vittime della seconda guerra mondiale va ricordato sopra ogni altro Berto Ricci”) e abbina a un’intensa ricostruzione delle vicende biografiche dello scrittore una rigorosa critica stilistica della sua opera, in particolare poetica, con un’attenzione alle scelte in ambito metrico. L’ultima comprende una silloge della sua produzione in versi, tutt’altro che retorica, anzi a tratti con qualche inflessione crepuscolare, come in Ponce Bianco, che ricorda a tratti Via di Ardengo Soffici. La seconda, di notevole utilità per la ricostruzione delle sue idee, è costituita dal corpus delle lettere di Ricci ai genitori, riprodotte con una completezza che ha del commovente. Si parte dalle sgrammaticate letterine che a cinque anni il piccolo Berto scriveva ai parenti; si prosegue con alcune lettere da cui emergono le incomprensioni fra i genitori e lo scrittore, alle prese con i problemi di lavoro e con la preparazione del non facile esame di abilitazione all’insegnamento nelle scuole superiori. Trova conferma, da alcuni accenni, l’opinione che Berto non avesse un carattere facile e che l’intransigenza manifestata nei suoi editoriali sull’“Universale” – i famosi e spesso temuti “Avvisi” – avesse come corrispettivo una certa spigolosità nei rapporti umani. Emergono pure i contrasti con il fascismo fiorentino, che Ricci però riferisce senza recriminazioni, anzi sforzandosi di rassicurare i genitori, riferendo fra l’altro con soddisfazione per la collaborazione comunque richiestagli a un numero speciale del “Bargello”, organo ufficiale della Federazione, “senza che io abbia brigato per esserci”. Ma a colpire più di tutto è l’orgogliosa consapevolezza delle proprie capacità, la sua “certezza d’acciaio” di possedere “i requisiti necessari per agire sulla coscienza italiana”. Anche se per il momento era confinato a “insegnare i logaritmi a Prato”.

L’epistolario

La parte più illuminante dell’epistolario è però costituita dalle lettere nel corso delle due guerre cui Ricci partecipò: la guerra d’Etiopia e il secondo conflitto mondiale. Berto parte volontario per l’Africa, come semplice camicia nera; durante il campo in Italia i superiori, rispettosi del suo titolo di professore e anche della sua fama letteraria, vorrebbero esonerarlo dal lavoro manuale, ma egli preferisce misurarsi con esso. Quando però gli si prospetta la possibilità di accedere al corso allievi ufficiali non si rifiuta; l’entusiasmo per la guerra non gli impedisce di cercare una migliore posizione e anche di cogliere la disorganizzazione generale fra le truppe in cui compie il suo servizio, prima di partire per l’Africa, in Ciociaria; non manca anzi un caustico giudizio sulla gente del posto, “diffidente e poco intelligente”. Ma non vi è traccia di demoralizzazione, anzi il giovane letterato non nasconde l’orgoglio per non avere mai marcato visita, a differenza di quasi tutti i commilitoni. 

Le lettere dall’Africa, in cui il reparto di Ricci non è impegnato in combattimento, manifestano compiacimento per un’organizzazione militare che, a differenza che in Italia, risulta perfetta. Prevalgono, però, considerazioni pratiche. Berto, che ha finalmente frequentato il corso Auc, è orgoglioso di essere arrivato fra i primi e del buon esito dei tiri della sua batteria; sollecita una licenza per poter sostenere un concorso in Italia e gradisce i pacchi dono e i vaglia dei familiari (come avrebbe ricordato Montanelli, non aveva mai navigato nell’oro; ma questo non è certo un demerito). 

Di ben altro tenore le lettere durante la seconda guerra mondiale, purtroppo poche, per la precoce scomparsa del mittente. Ricci è consapevole di adempiere un dovere non solo e non tanto nei confronti della Patria, quanto di sé stesso. Esponente di spicco della cultura del regime, anche se da posizioni giudicate eretiche, consulente della Scuola di Mistica Fascista, non gli si addice la parte dell’“interventista non intervenuto”. Non mancano le preoccupazioni pratiche, le impazienze nei confronti della burocrazia militare, che tarda a destinarlo al fronte, le cronache degli ozi napoletani, in attesa dell’imbarco, e poi della vita di caserma in Cirenaica. Ricci non si lamenta, anche se attende con ansia il battesimo del fuoco, che purtroppo avverrà anche troppo presto, e, di fronte alle notizie degli insuccessi italiani nella campagna di Grecia, scrive che “certe batoste sono dolorose, ma sono anche utili, perché in esse l’Italia ritrova sempre il meglio di se stessa”, alludendo con ogni probabilità alla reazione morale dopo la disfatta di Caporetto. La morte precoce gli impedì di scoprire che nella seconda guerra mondiale non ci sarebbe stato nessun Diaz, e nessun Piave. 

La penultima lettera, datata 12 gennaio 1941, che deve aver ispirato il titolo del libro, riecheggia, ma senza ridondanze, la retorica della “nazione proletaria” in lotta contro le “democrazie plutocratiche e reazionarie” e in particolare la polemica antibritannica. “Siamo qui – scrive Ricci, riferendosi ai figli – perché questi piccini vivano in un mondo meno ladro; e perché la sia finita con gl’inglesi e coi loro degni fratelli d’oltremare, ma anche con qualche inglese d’Italia”.

Come sappiamo, venti giorni dopo aver firmato quella lettera, il sottotenente Ricci moriva, ferito a morte proprio dal fuoco inglese. Moriva a trentasei anni, senza avere maturato la pensione di reversibilità per la moglie e i due figli. L’Italia fa­scista gli dedicò una strada (un tratto di via Scialoia a Firenze, poi vittima della bonifica toponomastica postbellica), una scuola, e alla vedova assegnò sussi­di per centocinquantamila lire del­l’epoca, destinate a svanire con la disfatta, come i sogni di una generazione. L’Italia repubblicana gli concesse nel 1950 una medaglia di bronzo alla memoria. Ma la decorazione più bella gliela conferì Indro Montanelli, in un articolo uscito sulla rivista “Primato” il 15 giugno 1943, che era già una presa di distanze dal regime: “Se è vero che la giovinezza non è che un cumulo di magnifici errori, Ricci (…) rappresenta l’archetipo della nostra giovinezza: un cumulo di errori che siamo ben felici di aver commesso”. Con quelle parole Montanelli firmava il miglior epitaffio di Roberto Ricci, in arte Berto, e forse di una parte di sé.

Berto Ricci (Per un mondo meno ladro. Lettere ai genitori, De Piante, Milano 2025), curata da Paolo Mariotti, euro 22

Enrico Nistri

(fonte: www.barbadillo.it)

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