16 gennaio 1969: il sacrificio di Jan Palach

Sul finire degli anni ’60, in tutto il mondo la contestazione giovanile stava facendo sentire la propria voce. Ma l’aria di rinnovamento che si propagò anche in Europa si infranse sulla cosiddetta “cortina di ferro”, un termine coniato da Winston Churcill che stava ad indicare la separazione, territoriale e ideologica, venutasi a creare dopo la Seconda guerra mondiale fra i paesi dell’Europa orientale , sotto l’influenza sovietica,e quelli dell’Europa occidentale filo-americana. Ma, nonostante tutto, nell’allora Cecoslovacchia qualcosa sembrò muoversi grazie ad Alexander Dubcek, che salì al governo il 5 gennaio 1968 dando inizio al periodo che passerà alla Storia come la “Primavera di Praga”. Dubcek si fece interprete di una linea di socialismo democratico e, nei pochi mesi del suo governo, concesse maggiori diritti civili ai cittadini, allentò la censura sulla stampa e sui vari movimenti politici. Ad infrangere tutto questo, una mattina di agosto del ‘68, arrivarono 600mila soldati e 7mila carri armati inviati da Mosca. Dubcek fu rimosso e venne imposto un nuovo direttivo del Partito Comunista.
Nell’Occidente nessuno si mosse, nessuno volle correre il rischio di una Terza Guerra Mondiale. Jan Palach, studente di filosofia, aveva solo vent’anni quando il 16 gennaio 1969 si recò in piazza San Venceslao a Praga, e si fermò davanti alla scalinata del Museo Nazionale, la parte più alta di questa lunghissima piazza. Si cosparse di benzina si diede fuoco rimanendo per 3 giorni in agonia. Il 19 gennaio morì per la libertà del suo popolo. Tra i suoi appunti si trovò scritto: “Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere le coscienze. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l’onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l’abolizione della censura e la proibizione di Zprav (giornale delle forze di occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s’infiammerà”. Firmato: la torcia numero uno.
Al suo funerale parteciparono quasi 600mila persone sfidando i sovietici. Nei mesi a seguire altri sette ragazzi, tra i quali l’amico Jan Zajíc, morirono nello stesso terribile modo, ma le loro storie non arrivarono in Occidente fino alla caduta del Muro. Le spoglie di Jan Palach restarono per qualche tempo nel cimitero praghese di Olsany. Poi la polizia, esasperata dalle processioni di studenti e semplici cittadini che erano riusciti a trasformare la sua tomba in una mausoleo della resistenza alla dittatura, fecero prima trasferire d’autorità la bara in un altro luogo e quindi cremare i resti. L’urna con le ceneri fu consegnata alla madre. Ma nonostante tutti gli sforzi la memoria continuava a vivere. Il 16 gennaio 1989 Vaclav Havel fu arrestato mentre cercava di posare un mazzo di fiori sul luogo dove Palach si era dato fuoco vent’anni prima. Sconterà nove mesi di reclusione. Oggi Jan Palach, insieme agli altri martiri, è ricordato in un monumento in piazza San Venceslao voluto proprio da Vaclav Havel l’ultimo presidente della Cecoslovacchia ed il primo della neonata repubblica Ceca.
Emiliano D.

(fonte: www.storiedistoria.com)

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